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ARCHIVIO

GLOTTOLOGICO ITALIANO,

DIRETTO

G. I. ASCOLI,

VOLUME SECONDO. , ^

ROxMA, TORINO, FIRENZE, ERMANNO LOESGHER.

1876.

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Riservato ogni diritto di proprietà e di traduzione.

MILANO, COI TIPI DI G. BERNARDONI.

SOMMARIO.

Flechia, Postille etimologiche, I Pag. 1

D'Ovidio, Sul trattato De Yulgari Eloquentia » 59

Ascoli, Del posto che spetta al ligure nel sistema dfei dialetti italiani » IH Lagomaggiore, Rime genovesi della fine del sec XIII e del princi- pio del XIV » 161

Flechia, Postille etimologiche, I (continuazione) » 313

Ascoli, P. Meyer e il franco-provenzale » 385

Ascoli, Ricordi bibliografici » 395

D'Ovidio, Indici del volume » 459

Giunte e correzioni » 469

Il primo volume delVArcJiivio era de- dicato a FEDERICO MEZ, 'il glorioso ' fondatore della scienza dei linguaggi neo- ' latini.' Nel momento in cui si pubblica questo secondo volume, giunge la dolorosa notizia che il grandissimo dei romanisti non è più.

Milano, 8 giugno 1876.

POSTILLE ETIMOLOGICHE

a. FLECHIA.

I.

Saggio di un Glossario Modenese ossia studii del conte Giovanni G alvaxi intorno le probabili origini di alquanti idiotismi della città di Modena e hi sito contado. Modena, 1868, in IC", p. 532.

Scrissi le seguenti postille etimologiche quattro e più anni sono ; e le scrissi principalmente coli' intento di mettere per così dire a fronte due scuole, la vecchia e la nuova, la scuola senza metodo e quella del metodo. Attendendo per debito d'uffizio ad insegnar glottologia nell'Ateneo torinese, mi parve che dalla pubblicazione del Galvani venissemi non solo buona occasione, ma obbligo di dimostrare come nelle cose della linguistica piti non valgano gran fatto di per soli ingegno, dottrina, squisita coltura di lettere; pregi che niuno avrebbe potuto negare al Galvani; ma si debba innanzi tutto chiedere a quella, che ora può dirsi ed è veramente scienza delle lingue, il metodo e i principj. Senza presumer punto di me medesimo e pur confessando che nel campo delle etimologie si presentano non di rado problemi di difficile e talvolta disperata soluzione, io mi confido che nelle seguenti note il discreto lettore riconoscerà di leggieri la mag- gior verisiraiglianza delle nuove etimologie contrapposte a quelle del Galvani; e questo mercè principalmente del metodo col quale sono trattate: agevolmente scorgendosi come il Galvani debba il frequente suo anfanare all'ignoranza o, se vogliamo, alla non curanza di quei principj fonologici e morfologici che formano il cardine scienti- fico delle indagini linguistiche, e sono per conseguente la guida più sicura nella ricerca delle etimologie. Insieme con questa deficienza de' principj glottologici è ancora notevole nel Galvani il falso punto di vista etnografico, per cui egli esagera o frantende le influenze galliche da un lato e le romane o, com'egli avrebbe detto, le laziari dall'altro. Finalmente un rimprovero ancora se gli dee fare; ed è il non dver saputo quasi mai stendere gli occhi di dalla cerchia mo- denese, mentre, avendo pure a fare assai spesso con etimi di voci

Archivio glottol. ital.. II. 1

2 Flecbia,

comuni principalmente all'Emilia, alla Lombardia, al Piemonte ed anche a tutta l'Italia superiore, egli avrebbe potuto dal riscontro delle varie forme vernacolari ritrar lume circa il fondamento delle sue congetture. Del rimanente, così nel Glossario Modenese, come nelle altre scritture del Galvani, non si può non riconoscere, insieme con un amore caldo e schietto di questa sorta di studj, anche un senso squisito e un'attitudine particolare, che, corroborati da larga e sana educazione linguistica, non avrebber mancato di dare un valente glot- tologo all'Italia.

Risolutomi a pubblicare queste postille neìV Archivio Glottologico Italiano, le do leggermente mutate qua e della loro forma origi- naria; e non senza farvi qualche giunterella, massime in quanto è alla sinonimia dialettologica.

A queste postille concernenti il Glossario Modenese del Galvani terranno dietro alcune altre, scritte pure nello stesso torno di tempo, relative principalmente ad etimologie sarde e piemontesi.

P. 120. A proposito del modenese (e reggiano) alValbazen, a bacio, a tramontana, il Galvani, dopo accennato dell'etimologia à' opacus, congettura che tanto il hazen mod. quanto il bacio toscano possano per avventura venire dal teut. bacìi, bah, bas, tergo; notando come i luoghi posti a tramontana si chiamino in modenese arvers (riverso, rovescio), quasi a significare che la parte volta a mezzodì sìa come la parte diritta, la faccia del luogo che vede il sole; mentre l'opposta, ossia la volta a tra- montana, sia la rovescia, e quindi come dire il tergo, la schiena. Si può ammettere questa spiegazione quanto dW arvers o invers (riverso, inverso), proprio di varj dialetti nostrani per signifi- care la parte di tramontana; ma non punto la connessione etimo- logica di bazen, bacio col germanico badi. Il nome opacits pas- sato a significar tramontana, che avrebbe dato origine sotto la derivata forma di opacivus a bacio, di opacinus al mod. e regg, bazen, parm. om&aiem, di ojpacinius {opacineus) all'ant. tose. bacigno, berg. vaghen, [vjaghen \ di opacaceus al san. apagac-

' Il suono gutturale mantenuto in queste voci bergamasche loro un ca- rattere più recente, trasportandole ad epoca di formazione romanza, mentre così la palatina del toscano bacio, bacigno, come l'equipollente sibilante dei derivati emiliani accennerebbero a formazione romano-vols'are.

Po.sti!le etimologicha. 3

ciò, si presenta pure in varj dialetti sotto forma non derivata, come p. e. nel lucch. ombaco, piem. ubac (sai. cun.), itvai (Acqui), vai, nel lomb. ovac, ova-j, evie, ovig, vac, vag, romagn. heg, gen. lùvegu, e anche in dial. transalpini, come per.es. nel cat. obaga, t^voy. ubac, delf. hibao [dv.BiEz, ELio.lV,!). L'antico volgarizzatore di Palladio (p. 16) rende opacis locis con a bacio. Il lat, opacus sonava propriamente ombroso ed era il contrario di apricus; ma avea già per avventura anche il significato di posto a bacio, volto a tramontana; e tale potrebb' essere il senso del virgiliano: sol ruit interea, et onontes umbrantur opaci; che altrimenti parrebbe tautologia.

Notisi ancora, a proposito di bacio, come male si potrebbe ri- petere questa forma toscana da un ipotetico opacicus, secondo che a pag. 134 mostra credere il G., rinunziando all'origine teu- tonica toccata di sopra. Bacio viene da *opacivus, derivazione verisimilmente determinata da solatio {solativo da solata) per quella correlatività formale che l'istinto linguistico ama di porre nell'espressione di due nozioni antitetiche, quale notasi per esem- pio tra septemirionalis (da septemtrion-) e meridionalis per me- riclialis (da meridies), tra lieve e greve per grave. Inammissi- bile eziandio è la connessione formale che ivi pure il G. vorrebbe stabilire tra il toscano ratio, e il lat. erraticus, donde il mo- denese aràdeg. Ratio, quando si connetta etimologicamente, come par verisimile, con errare, non può essere se non il risul- tato di *errativus, che starebbe al suo verbo come per es. pi(^n- sativo a j;(?nsa?'5, contemplativo a contemplare, fuggitivo a fuggire.

Il Galvani avverte ancora come l'illustre Cavedoni gli dicesse essere nel Livizzanese una località detta Bazinell, perchè posta a bacio di colli più alti. Una siffi.itta denominazione è assai ov- via, perocché i terrazzani chiamano talvolta i luoghi dalla loro positura rimpetto ai punti cardinali dell'orizzonte. Quindi è che nell'onomastica topografica d'Italia abbiamo varie località che hanno un nome analogo, come p. e. nei parecchi Inversori) del Piemonte, dove invers significa appunto bacio, tramontana, e in altri nomi locali, dove la stessa parola opacus ci si presenta sotto varie forme, come verbigrazia nel tose. Lobaco (= l'opaco), neWUbaga della Liguria e verisimilmente negli afereHci Baco

4 Flechia,

(Firenze), Bago (Emilia), Vago (4) e Vaga (Lombai-dia), Baio (Bai, Be) e Vai (Piemonte). La forma diminutiva di Bazinell rende probabile l'esistenza di un altro luogo vicino chiamato Bazen {Bazin), come presso il ligustico Ubaga si trova pure un altro luogo detto Ubaghetta.

Osserverò come il latino opacus, che si potrebbe dir perduto nell'uso generale della lingua comune, se la scienza non lo avesse ripreso, significante il contrario di diafano, di traspa- rente, si mantenne pur popolarmente vivo nelle summentovate forme indicanti principalmente tramontana, alle quali aggiun- gerò ancora il boi. bagura (= *opacura), ombra, derivato da opaco come per es. altura da alto, frescura da fresco, e donde si derivò poi novamente il participio abbagurà [= *acl-opacura- tiim), ombreggiato.

Riassumendo in ultimo i fenomeni che pii^i notevoli si pre- sentano nelle citate forme e derivazioni di opacus, troviamo la prostesi (concrezione) del semplice articolo in Lobaco, lubac, lùvegu; dell'articolo col segnacaso dativale in albazen; l'epen- tesi di m in òmbaco e ombazen (cfr. per es. il pur parm. impo- teca- ipoteca); l'aferesi dell' o dC opacus in bacio, bazen, baci- gno, vaghen, bagura, beg, Baco, Bajo, vac, vag, vai, Vago, Vaga; la consueta mutazione di j:) in & e -y e di e in g, e una regolare vicenda della gutturale nel piem. Vai, Bajo {Be) (cfr. Ardi. gì. I, ind. in, s. lacu-); in una parola una varietà di feno- meni che, considerati ciascuno nel proprio ambiente, quando non rispondano a leggi più o men generali, ubbidiscono sempre alla specialmente propria del dialetto a cui appartengono. Os- servabile inoltre è la deviazione morfologica del gen. lùvegu (= lùvìgu), accennante ad un organico lùpicu (cfr. per es. ma- negu-manicu-), che rimpetto ad opacum presenta, in un col lucchese òmbaco, e piranese òbègo, verso occidente, una tra- sposizione d'accento analoga a quella di ficàtum passante nel tose, fégato, nap. focato, romagn. fégat e una mutazione d'<2 in i {-e), pure analoga a quella dello stesso ficatum converso nel boi. féghet, e, con inoltre la metatesi reciproca tra la gutturale e la dentale, nel romanesco fetigo, fedico, sardo ficligu (log.) lomb. ed emil. fidec, fédeg , fìdeg , fédeg , piem, fìdig , mentre ficàtum viene poi ad avere un regolarissimo riflesso nel sicil.

Postille etimologiche. 5

fìcaiu, sardo figàu (mei\), ven. mant. ferr. figa, friul. fy'ad, ecc. {dr.DiEZ, Et.w., P, 174). Colla forma del gen. lùvegu si con- nette ancora quella di alcuni dialetti di qua dagli Apennini, come per es. il murazzanese (Cuneo) a ruve {= a lùvigo; cfr. mane = manico), a bacio. In queste forme ligustiche Vii per Vo di ópacum presenta un fenomeno, che dovette aver luogo prima della trasposizione d'accento; che altrimenti da òpicum {l-òpi- ciim) il genovese avrebbe fatto più regolarmente lòvegu.

A p. 125 fa venire il modenese eiapér, acciapér (chiappare, acchiappare) da capere, e questo da un ipotetico apcre. Capere non ha già una gutturale prostetica, come vorrebbe il G., ma si un' originaria radice cap, come si può vedere dal raffronto di essa colla corrispondente forma di verbi d'alcune altre lingue indo-europee (cfr. Curtius, Gr. ci. griecli. et. I, iii; Corssen, Ausspr. V 454). Quanto al eiapér modenese, esso accenna troppo chiaro come si derivi insieme coli' it. chiappare da un organico tema clap (cfr. Diez, Et. v:., IP 20). Quando poi si volessero a ogni modo connettere etimologicamente chiappare e le altre sue dialettiche rappresentanze col latino capere, questa deriva- zione sarebbe da spiegarsi, non già, come vorrebbe il G., per mezzo di un ipotetico capiare, divenuto per metatesi ciapare, che sarebbe contrario ad ogni analogia morfologica e fonologica, ma si per via di un *clapare, forma metatetica di capiare, capillare, verbo denominativo dedotto da capulus o capulum (manico, fune, cappio), donde sarebbero potuti venire regolar- mente chiappare, eiapér, come per es. da dopare {= copiare, copulare), venne il sardo giodare e sarebbero potuti venire un it. *chioppare e modenese *ciopér.

A p. 127 il G. dice che il modenese acsé, cosi, nacque da sic mediante trasposizione di e, onde csi, poi csé, e quindi con vocale prostetica acsé. Questa voce non può aver origine diversa dal- l'ital.cosz, il quale nacque da sic, preceduta da cccu {eccit-sic; cfr. p. e. costà = eccu-istac, cpiegli-eccu-ille ' ecc.) o, come vor-

' Noto qui per incidente com'io propenda forte a credere che clli, egli, osti, essi, quelli, quegli, questi, codesti, stessi, in quanto sono usati pel nominativo singolare, siano originati verosimilmente dai pronomi ille, -ille, iste, -i>te, ipse, -ipse, pigliati cos-\ in questo loro forme di nominativo senza più. e per con-

6 Flechia,

rebbe il Diez {Et.w. T, 144), da ceqiie {ceqiie-sic) , e presenta una forma aferetica cominciante da un co- analogo al co- di co-ialc, co-ia7ito. Ora il modenese, come da cotale fa per sincope dell' o: cfel, cosi da così è venuto a far cse. Si può solo dubi- tare se Va à' acsé sia suono avveniticcio o non piuttosto rap- presentante la vocale iniziale di eccu, (od a^giie), come si ren- derebbe assai probabile daW aciisé bolognese, da.\V accusi roma- nesco e da altri esempj, dove Va non si trova dinanzi a gruppo (•onsonantico ed è verosimilmente una trasformazione dell' e [w) orp.anico, convertito, come iniziale e disaccentato, in a, come per es. nel romanesco accesso per eccesso, modenese aradegh da erraiicus.

A p. 127, a proposito del mod. dopa, coppia, egli dice « dal latino coinda i Romani trassero scolpitamente coppia', noi tra- sportammo la i dopo la e. » Il mod. dopa non è già nato per trasposizione dell' i di coppia, ma si da copula, che mentre da un lato, sincopandosi semplicemente in copia, generava il tose. coppia, nap. cocchia, sic. cucckia, lomb. piem. cobhia, cohia, ecc., d'altra parte, modificato ancora per metatesi in dopa, si tras- formava nell'emil. dopa, nap. chioppa, ven. cMopa, sardo cropa, croba, cioba, gioba, joba, loba, ecc.

Alla stessa pag. vede nel mod. adrce, addietro, un vocabolo nato semplicemente da ad-re, rifacendosi sopra Prisciano, il quale dice che il prefisso re- gli sembra un apocope di retro. Io credo all'incontro che tanto il mod. adrée, quanto le altre analoghe forme emiliane riflettano ad-retro, che, perdendo il secondo r, come per es. nel tose, rido, addreto, addrieto, dreto, drieio {-ad-, de-reiro), si ridusse quindi per via di adreto ad adrcc, come per es. aceto in azée. La perdita del secondo r di

seguente senza l'aggiunta di un enclitico -ic {-hic), secondo che vorrebbero il Diez e il Delius (cfr. Diez, Gì\ d.r.spr., ll\ 83 e n.), seguiti dal Forna- ciari, dal Canello, ecc. L'i finale, procedente da e, viene qui, come specialmente proprio dell'ambiente fiorentino, ad essere di tutta regola, secondochè bassi per es. in ogni (omnem), domani, stamani {-mane). Marti [Martem), Ateni (Athence), Figghini {Figlince, Figulince), Fiesoli (Fcesulce) ecc. (eh'. Rivista di Filologia ecc., I, 265 n.). In analogia delle dette forme pronominali si fog- giò probabilmente poi quella di altri, come propria del caso retto, pur sin- golare e maschile.

Postille etimologiche. 7

retro è qui verisimilmente dovuta al principio di dissimilazione, come quella del primo in dietro da deretro (cfr. arato, aratolo per aratro, aratrolo, artetico per artretico [arthriticus], tra- sto por trastro [trans trum], propio \}ev proprio, Proclisie per Procruste, ecc.).

A p. 147 «Arraier, Ruminare, rugumare. In latino non si » disse solo 'ruma, donde rumare, ma si disse arcaicamente ru- » mis, donde il popolo trasse rumiare. E da questo rumiare » scorciato in rmier esce, per la nota prevocalizzazione, il pre- » sente armier. » L' ipotetico rumiare dedotto da rumis è al tutto in verisimile. Il latino, insieme con ruminare, ebbe an- che rumigare proprio del romano volgare (Apuleius, Met.) e a quest'ultimo, molto più spesso che non al primo, accennano, come a loro tipo, i varj dialetti della famiglia neolatina; quindi ant. pistojese rumicare \ nap. rummicare, rummicà, romme- care, rommecà, \en. rimiegar, ierr. rumigar (o rumgar), mil. rumegà, gen. remegà, rumeno rumegà, cat. remugar, boi. rum- gar, romagn. rumghé o armughé, fr. ronger '; con metatesi tra m e g tose, (fior.) rugumare, sic. rugumiari ^ e, con perdita di g \ sp. port. prov. parm. e piac. rumiar, friul. bresc. crem. gali, rumici, berg. reumià, piem. e lad. rumié; ai quali non esi- teremo punto d' aggiungere il modenese armier (= rimiier, ru- milghjer, rumigare). Al \dX. ruminare (ruminari), passato col fior, 7^ugumare alla lingua comune, si connettono il sardo ru-

* Il vocabolario italiano nou ha rumigare, voce latina così largamente riflessa negli idiomi romanzi; e non ha rumicare che trovasi nel volgariz- zamento pistojese àe' Tratlati morali d'Albertano da Brescia pubblicato dal Ciampi (p. IH) e che col nap. rommecare potrebbe far presumere un più organico rumicare. Vedi però tose, (fior.) e nap. faticare, faticare, fatica dal lat. fatigare, nap. fecola da tegola ecc.

^ Circa ronger = rumigare, significante nell'antico francese ruminare, ve- dasi DiEZ, Et. xo. IP s. v.

^ Air azione assimilativa della precedente vocale è verisimilmente dovuto il secondo u del toscano rugumare, &ìc. rugumiari, poschiavese rumugd, ro- magn. armi«5'/i^ [-rumughé), come è dovuto all'effetto della seguente vocale il primo i ed e del c-à\. riminiare, gen. remegà, se pure in quest'ultimo non .si confuse col pref. re-.

' La perdita della gutturale sonora, massime dopo vocal palatina, è feno-' meno non punto rado, come si può vedere p. e. in io (= co, ego), leale [legalis].

8 Flechia,

minai (mei'.), calab. 7'iminiare, piac. «rm^/ar, regg. annnér\ Tìiimare', citato neW Ercolano del Varchi, come usato anche talvolta dai Fiorentini, e registrato dal Fanfani {Vocabolario dell'uso toscano s. v.) come proprio della Versilia, può essere il latino rumare, notato da Festo come equivalente di rumi- naì^e, ma potrebbe anch'essere nato, per sincope e contrazione, dalla metatetica forma ìmgumare. E mulinare significante me- ditare, fantasticare, anziché venir da mulino, sta probabilmente per murinare, nato per metatesi da ruminare. Difficile infine il chiarire se e come digrumare, significante lo stesso che ru- minare, rugumare, si colleghi etimologicamente con grumus 0 non piuttosto con rugumare, preceduto da di, de {digruma- re, digurumare, dirugumare).

P. 147. Verisimile assai e quasi indubitata la connessione eti- mologica del mod. arnghér, ammorbare, soffocare, appestare, attoscare, col lat. necare, dal quale anche 1' ital. annegare, fr. noyer, prov. negar, ecc. (cfr. Diez, Et. w. V, s. v. negare). Si può solo dubitare se il raod. arnghér risponda, come vuole il G., ad un verbo renecare, o non sia per avventura una forma profondamente aferetica del più usitato internecare, col quale si connettono i latini nomi internecio, internecivus , e il segna- tamente notevole iniernecialis di Livio, adoperato ad indicare la più ordinaria qualità de'morbi ingenerati dalla pestilenza, e

reale {regalia), emil. stria^ striar (^ striga, strigare, strega, stregare), ecc , e in verbi di forma analoga a riimigare, corno p. e. nel i>ic. fatiari, ìa.c], fadiar {=fatigare), ecc. Questa perdita poi della gutturale sonora ai rende ancor più verisimile dinanzi al getto che vari dialetti fanno in analoghe forme anche della gutturale sorda, come per es. il piem. in arpie (erpicare), carie (cari- care), desrnent^é (dismenticare), mastio (masticare), rampié (rampicare), ru- sié (rosicare), sopic (zoppicare), ecc.

' [1 sic. rugumiari, procedente, come s' ò detto, per via di metatesi da ru- ìnigare e il calabrese riminiare presentano l'epentesi d'i formativa che ebbe verisimilmente luogo anche nel log. remujare (=rumig-i-are) e nel piac.rM- mnar, armuar, regg. rumnér, armnér {- rumin-i-are), se pure in questi due ultimi dialetti 1' i originario di ruminare nel sincopamento non si è trasposto dopo n, onde da ruminare rurnn-i-are.

Potrebb' essere che con questo rumare citato da Festo abbia qualche connessione etimologica il rumar, rumér, ruma, rumé di vaij dialetti del- l'Italia superiore in senso di grufolare., frugare, ecc.

Postille etimologiche. U

quindi più logicamente affine al senso figurato d'arnghér. Questa congettura sarebbe avvalorata dall'equivalente ternegar, ter- negà, tarnegar, di dialetti cosi lombardi come emiliani, con cui a ogni modo, parmi, si sarebbe qui dovuto raffrontare il mod. e regg. arnghér.

A p. 142 e seg. cerca di connettere il modenese arhgheit, in- cubo, e arbghér, erpicare col gr. ao-àyr,, raffio, àp-aCw, rapire, e col latino ìiarpagare, e finisce per congetturare arhgheté come diminutivo di un latino barbaro arpagus, primitivo di at^pagius che s'incontra in alcune iscrizioni col senso di rapito violente- mente alla vita. Quanto a me non dubito d'affermare che, come arbghér è la forma regolare che in tal dialetto deve avere un corrispondente di erpicare (lat. irpicare da irpex, erpice), cosi arbghett non può essere altro che una forma regolare di diminu- tivo del modenese erpeg [erpice), e sonerebbe quindi in italiano crpicetto \ Questa etimologia è resa indubitata dal parm. erpeg 0 repeg, e dal regg. repeg, che significano ad un tempo erpice ed incubo, e sono, i due ultimi, forme metatetiche di erpeg = ir- ficum {irpicem). Ne parrà strano che all'intuitiva popolare il nome di uno strumento guernito di denti e adoperato principal- mente per isterpare erbe e spezzar ghiove, sia parso acconcio a

' 0 più propriamente erpichelto^ diminutivo, non già a erpice^ ma cV erpico. La forme emiliane e altre (mant., berg., trent., ecc.) terminano in gutturale [a-pec, erpeg, crpac, érpag, ecc.), in quanto che per tali dialetti il nome latino passò come maschile nella seconda declinazione (érpicus, irpiciis) prima eie Ve di irpicem (irpikem) determinasse il passaggio dell'originaria guttu- rale in palatina (cfr. Diez, Gr. P 255), la quale fu poi ne' dialetti dell'Italia ■-uperiore generalmente surrogata dalla sibilante, come per es. nel mil. érpeg = erpice, erpicem, irpicem). Il piem. erpt, erpe, risponde ^anch' esso al tipo emiliano e sta ad ^erpico come per es. mani., mane a manico, tossi, tosse a toir.ico, ecc.; che altrimenti sarebbe stato, come il mil., erpeg (cfr. piem. sa- Ug ^ saliccm, vedeg, veleg = viticem, ecc.). Sono ancora notevoli fra i proce- dentidal tipo irpicus, erpicus, il ven. ùrpego, in quanto Ve (i) accentato qui si converse contro la regola in a (cfr. Arch. gì. I, 455 in principio, ecc.) e il boi. ar24ig, che accenna ad un organico erpico o erpico. E poi quasi super- fluo il lotare che Va à' arbghett {- erpichetto), come rappresentante e (t) disaccentilo, viene qui ad essere di tutta regola, come nel mod. e regg. ar- bghér, pa-m., boi., e mant. arpgar, piem. e Ihà. arpie, ecc. -erpicare (cfr, MrsSAFiA, Ro»i. mund., pag. 23 e segg.).

10 Flecbia,

dinotare un'afTannosa pressione di petto, la quale presso i varj popoli ebbe nomi così strani e diversi, come per esempio presso i Greci salt'in dosso (£9ià>.Tr,:), i Romani die sia sopra, addosso, che jpesa, che opprime {incubus ^ od incubo, -onis), i Toscani la fantasima, i Napolitani Y incornatura, i Veneti, Mantovani e altri pesarolo, la pesarola, gen. il j^esante {pesariol, psarOl, 2Jesa7it ecc.; cfr. s]). pesadilla), i Sardi V ammuntadore o am- mutadore, alcuni popoli lombardi e subalpini salvan, sarvan, servan (silvanus) -, i Siciliani hi mazzamarcddu '\ i Piemontesi

' Il lat. incubo, più specialmente proprio della liugua colta, ci si presenta con forma popolare nell'apocopato eneo degli Umbri (V. Prezzi, Quadrire- gio, II, 11,31) e nel iv'ivX. vencul {v-encul = *encovo, incubus. Quanto a l-v secondario, cfr. vescul = vescovo, episcopus, vedul- vedovo, viduus *; e circa v prostetico, Arch. gì. 1,531). I contadini della Brianza hanno lenteg (V. Che- rubini, Voc.mil.e it.s.v. e sotto sarvan), che pure potrebb' essere un'altera- zione anomala di incubus, colla concrezione dell'articolo, e che più regolar- mente sarebbe lencof.

^ E il silvanus de' Romani come divinità di carattere boschereccio, pasto- rale ed agresta (cfr. Preller, Róm. ìmjth. p. 346 e segg.) che più tai'di il po- polo convertì in una specie di folletto; e in questo senso, oltreché in quello di incubo, vive appunto in vaij dialetti dell'Italia superiore, onde nel proir,- ptuarium di Vopisco leggesi « Sarcano o folletto, spirito famigliare, lemur. » Chiamano inoltre i Torinesi col nome di sarvan e i Trentini di salcanell qual bagliore o riverbero prodotto dallo specchio od altro incontro al sole, che generalmente per giuoco si fa cadere o correre sopra dati oggetti o luoghi od anche penetrare nelle stanze, dai Lombardi chiamato col nome di gibig arnia (mil.) 0 vecca (crem., mant), il quale ultimo nome usasi ancora in questo senso in alcuni luoghi del Piemonte, Non è tanto strano che silvano e uéc- chia, oltreché l'incubo, denominino ancora il riverbero sopradetto, perocché, fatto splendere e correre da persona non vista, agli occhi del volgo può facil- mente assumere carattere e qualità di cosa diabolica o spiritesca.

^ Il sic. mazzamareddu, diminutivo di mazzamaru, potrebb'essere un com- posto, di cui l'ultima parte fosse quella stessa degli equivalenti fr. cauchemar, ingl. nighimare, terminati entrambi dalla voce teutonica rnara, f. o mahr,cn- diavolessa, diavolo, incuba, incubo, sicché propriamente il vocabolo siciiano significhi il diavoletto che ammazza, come il fr. cauchemar il diavob che calca, e Tingi, nightmare la diavolessa notturna (cfr. il diavolo meridirno dei Semiti). Partecipando come fa il siciliano di molte voci francesi o franco- italiche, pel dominio normannico, per le immigrazioni pedemontane o lombarde, si rende assai probabile questa origine di mazsamareddu.composto ibrido come cauchemar; tanto più che il siciliano ha pur fra le voc d'analoga

V. tiittavolta Arch rjloH.. I 520.

Postille etimologiche. Il

la carcaveja, i Friulani calcutt, il regg. anche carcadell, ecc., le quali due ultime voci hanno uno stesso significato, che dai Toscani sarebbe stato verisimilmente espresso mediante cal- chino.

Quanto al nesso logico che può correre fra V eìyicare e l'af- fanno causato dall' incubo, si noti ancora come il fr. ÌLCirceler, ant. lierceler, tormentare, inquietare, sarebbe, secondo la veri- simile congettura del Diez {Et. w. IP p. 344), un diminutivo di herser, ant. fr. Aercer (= erpicare), sicché varrebbe etimologi- camente erpicellarc\ e come inoltre l'inglese io harroio signi- fichi ad un tempo erpicare e tormentare. Del resto potrebbe anch'essere che l'origine del nome erpice o erpicetlo, usato a significare l'incubo, si connettesse con qualche superstiziosa cre- denza popolare, quale per es. che il folletto, la strega, uno spi- rito infesto qualunque facesse correre un erpice sul petto, a cui volesse cagionare una tale oppressura.

P. 151 «Arsirà, "qqy jeri sera. Pretto gallicismo, dicendosi » nello stesso significato arsoir in lingua d'oil e arsèr in lingua » d' oc. Arsirà risponde a re o retro sera, cioè al modo nostro » la sira indrè». Arsirà viene, come le analoghe forme degli altri dialetti, da Jieri-sera, saprei perchè s'abbia da dir gal- licismo. Da heri-sera, erisera fecesi primamente ersera, come p. e. da oripello (auripellis) si fece orpello (cfr. fr. oripeau); e Vi di her'i-, cosi in questa come in altre composizioni, si può dir generalmente perduto non solo nei dialetti dell'Italia Superiore, ma anche nel toscano, sicché da un lato per es. mil. parm. ecc. jersira, y^n. gersera, romdign.jirnott ecc. , dall'altro tose, jer- sera, jerlaltro, jermattina; che anzi nei dialetti emiliani, lom- bardi e pedemontani cotesto i va perduto anche ne' riflessi del semplice heri, quindi le forme del mil., piem., parm., ecc. jer, roraagn., friul.jr/% boi. ajir (con prostesi d'« che potrebbe per avventura rispondere al lat. ad, come nel nap. ajére, sic. ajéri; cfr. Ardì, glott. I, s. 'jeri ecc.') ecc. Quanto ad er- che iniziale e disaccentato, si traforma in ar-, esso presenta un fenomeno più

origine un sinonimo di mazsamareddu in carcavecchia o carcavegli (Y. Pa- SQUALiNi, Voc. SIC. s. vv.) clie ha riscontro non solo nel piem. carcaveja., ma ancora nel lionese cavcavela, quarquavela, nel chauchevieille di Vaud, ecc., composto significante la vecchia che calca.

12 Flechia,

0 meno comune ai varj dialetti italiani, onde per tenermi solo ad esempj tratti da composti comincianti da heri, abbiamo per heri-sera il sic. arsirà, V aret. arsera, il fior, jarsera \ il friul. jar sere ecc.; per hcri-mane (propr. jermattina), il sardo (sett.) arimani (jeri), corso arrimane (jermattina) ecc. (cfr. Ardi. glottol.ll, \}^g.Qn.). Adunque per derivare il modenese arsirà da re- o retro-sera sarebbe bisognato dimostrar prima che esso non possa venire, come fa, regolarmente dal latino heri-sera. Resta poi inteso che per noi non possono neanche avere una diversa origine i citati arsoir e arsèr francesi.

A p. 151 e seg. il G. mostra di propendere a vedere nel raod. arsui, rimasuglio, piuttosto un vocabolo connesso col latino barbaro arsura, tosatura di monete o metalli fatti rifondere a fuoco, che non un'alterazione di voce rispondente anche etimo- logicamente a rimasuglio, la quale nel modenese, non sincopata dell' (2, sonerebbe regolarmente armasui. Trattandosi di dialetti che, come cotesti dell'Emilia, soggiacendo a così frequenti sin- copi della vocale disaccentata, vengono ad aver gruppi conso- nantici quasi impronunziabili e perciò soggetti a perdita di qual- che suono, come vediamo per esempio nel faent. parghir per pardghir {^ perticarium), aratro, cstcan per crstcan (cri- stiano), ferr. dsnos per dsdnos (disdegnoso), dsrancinar per dsgrancinar (disgranchiare), pingular per pindgular (pendi- culare), boi. arbiisir per arcdusir (archibugiere), ecc. si può ben ammettere come assai probabile l'ettlissi della m nel mod., boi., ferr., arsui, faent. arsoi per armsui, armsoi, da armasui, ri- masuglio; tanto più che dialetti più o meno contermini presen- terebbero indubitato il corrispondente vocabolo, come per es. il regg. rimasulli, parm. armasuli, mant. rimasul, ecc.

P. 154 « Artsan. Artigiano. Noto questa voce solo per av- » vertire come tali desinenze in -san o -giano suppongano forse » un sostantivo astratto in sia o già, dal quale derivino piut-

' Non sono l'uno T altro nel Vocabol. dell'uso tose, de! Fan fan i ; e il secondo neppure nelle sue Voci e maniere del parlare fiorentino; ma si il primo nel Voc. aretino (ms.) del Redi, il quale, considerandolo come allerazione di jarsera, jersera, lo riferisce perciò etimologicamente al lat. hcrisera; e jar- sera negli Scherzi comici dello Zannoni.

Postillo elimologicbe. 13

;* tosto che dal primitivo reale. Artsan dunque non verrebbe » da arie, ma da artese per artefice, dal quale uscirebbe artesìa, » astratto di attese, parola offertaci dalla lingua romanza e per- » duta tra noi. Per conseguenza cortigiano, horghiglano, e » simili si dedurranno da cortesia e da borghesia, astratti di » cortese e di borghese, non da corte o da borgo. Il vallese » poi e il montese ci permetterebbero di credere all'esistenza » delle voci vallesìa e montesìa dalle quali per ultimo escireb- » bono dirittamente valligiano e montigiano. »

Non credo punto verisimile che i nomi venuti a terminare nel tose, igiano, rom. e nap. isano, esano, Ital. sup. ezan, zan (p. e. cortigiano, cortisano, cortesano, cortezan, cortzan, ecc.), procedendo dalla forma in ese (ensis), abbiano poi dovuto passare per quella di un sostantivo astratto in -sia, -già, dal quale immediatamente si derivino mediante il finimento -ano. Il valore etimologico di cortigiano non è già quello di uomo avente cortesia, ma di uomo di corte, che sta in corte o frequenta le corti, e si deriva perciò immediatamente da cortese (= cortensis), che originariamente significò pure di corte, poi per traslato avente maniere di corte, garbato, ecc. paja strano che da un aggettivo siasi immediatamente derivato un altro aggettivo, di significato per lo più equivalente al nome primitivo, sicché per esempio da iiarmensis siasi formato par- mensianus, donde parmigiano, parmezan, parmzan, e per me- tatesi, come dice appunto il popolo di Parma, iiramzan: peroc- ché questa singolarità ci si presenta anche in nomi derivati per mezzo de'suff. ale e oso, onde per esempio fecesi loaternale à2i'pa- terno, eternale da eterno, perpetuale da perpetuo (cfr. fr. con- tinuel da continuus), gravoso da grave, prosperoso ad. prospero (cfr.fr. serieux da serius), ecc., nelle quali forme derivate ab- biamo manifestamente aggettivi che si derivano immediate da aggettivi, e perciò senza passar per la forma intermedia di un sostantivo astratto come vorrebbe il Galvani per questi nomi in -igiano. E qui derivando come io fo, senza alcuna esitanza, tutti questi nomi in -igiano da uno stesso prototipo per mezzo di un doppio suffisso -ensi-ano, so di non andar d'accordo col- r illustre nostro maestro il Diez, il quale ammettendo questa formazione pei nomi gentili, come pure per cortigiano, non la

14 Flechia,

vorrebbe pegli altri, onde iiianigiuno per lui sarebbe j)lani- tianus da planif.ia, artigiano artitianus da artitus, 'parti- giano partilianus adi partitus, torrigiano turritianus da tur- ritus {Gr. IP 336; Et. vj. P 140, s. corte). Io penso all'incontro che le forme planitia, artitus, partitus, turritus, non entrino punto in queste derivazioni, ma bensì, quando s'avesse a risa- lire a prototipi di romano volgare, le forme *planensis, *ar- tensis, *partensis, ''turrensis, le quali, per quanto ipotetiche, hanno tuttavia una molto maggiore verisimiglianza. Il suffisso -ensi-s forma in latino degli aggettivi significanti principalmente che sta, che vive, che abita, che è nato nel luogo designato dal 7iome primitivo', quindi p. e. non solo Parmensis, di Parma, ma anche per es. portiiensis (o portensis), che abita nel porto (d'Ostia); lutensis, che vive nel loto, nella melma; pratensls, che nasce od è ne' prati; moniensis, che è o sta nei monti, ecc. Ora dato che il nomo, piano (planum) significante pianura fosse, come è assai verisimile, già usato nel romano volgare, se ne de- riva assai naturalmente *planensis, *pianese, che sta nel piano. Come da mons fecesi montensis, da motiiagna [montanea) i Si- ciliani derivarono muntanisi, montanaro. Anche a significare esercenti un uffizio si foggiarono nomi col suff. -ensi-s, -ese. Sotto l'impero romano si chiamarono lalerculenses coloro il cui uffizio era di tener note, cataloghi, registri [latercula); i Fiorentini diedero nome di laudesi a certi loro cantori di laudi; i' Corsi da piato (placitum) chiamano piatesi gli avvocati; possiamo quindi credere che fosse assai naturale il chiamare artenses quelli che attendevano alle arti, turrenses coloro che stavano a guardia in sulle torri e partenses gli uomini di parte. Al qual proposito noterò come appunto con nome desinente in -ese siano talvolta stati denominati ne' nostri volgari gli uomini di una data parte, come per es. dagli scacchi si chiamarono Scac- chesi quei Bolognesi che parteggiavano pei Pepoli aventi per istemma uno schacchiere; e da Colonna Colonnesi i tegnenti per la famiglia di questo nome. Pare adunque che non si debba esitare ad ammettere per tutti i nomi di questa forma in -igiano la doppia derivazione di -ensi-ano; tanto più che all'ipotesi del Diez si potrebbero ancora fare delle objezioni morfologiche e fo- nologiche. E cosi si potrebbe notare che se sarebbe regolare un

Postille etimologiche. lo

finimento in itianus pel derivato da planiiia, non lo parrebbe più pei dedotti da artitus e simili, i quali non avrebbero già dovuto dare artitianus, ma artitanus, ecc. come per es, dal greco gentilizio neapolites si derivò non già *neapolitiamis, ma neapolitanus. Inoltre, pure ammessa codesta formazione in -itia- nus, sotto l'aspetto fonologico non sarebbe probabile che quei dialetti i quali non possono, come il toscano -igiano = -itianus, -ensianus, offrire in una sola forma una rappresentanza di due tipi diversi, venissero ad avere una sola forma desinenziale, la quale rappresenti ad un tempo i suffissi p. e. di parm-ensia- nus e di plan-itianus, come per esempio nel romanesco, il quale nell'unico suo tipo volgare coi^tesano, marchisano, poniisa- no, portisano, montisano, pianisano, accenna pure ad un solo tipo organico che non può essere se non -isiano - ensiano; pe- rocché da -itiano, in questo dialetto, non poteva procedere se non -izzano, quindi da planitianus sarebbe venuto pianizzano, non pianisano. E T esempio che io qui reco del romanesco è riferibile eziandio agli altri dialetti in genere; e in nessuno si trova che la forma volgare possa foneticamente ripetersi da un tipo originario -itiano:, ma dovunque, in quanto al riflesso di -sia- (sja), il suono rispondente all'organico -ensiano, tose, -igiano, è quello stesso che i dialetti presentano per rendere il proto- tipo dello forme toscane pìrigione {prensionem), fagiuolo, cilie- gia, pertugiai^e , Ambrogio, ecc., forme tutte, che qui ubbidi- scono alla legge gia^sja {sia). Non s'intende già di dire con questo che tutti codesti nomi abbiano veramente avuto una forma intermedia in -ensis; che se questo può dirsi per es. di Lunigiano, Lodigiano, Astigiano, Parmigiano, i cui tipi ori- ginar] sono stati realmente preceduti dalla forma Lunensis , Laudensis, Astensis, Parmensis, ciò forse non si potrebbe provare affermare di tutti gli altri. Ma crediamo si debba dire in genere dei nomi in -igiano, che essi sono tutti subordi- nati al tipo ensi-anu-s, tanto quelli cioè che l'hanno realmente avuto nel romano volgare, secondo che si può senza esitanza affermare per es. di Asfensianiis per Astigiano, attestato sin dal secondo secolo dell' era cristiana *, quanto quegli altri che

* Si presenta come cognome in un'antica iscrizione: M. Velthis Hastensia- nns Hasta^ cioè M. Vettio Astigiano d'Asti (cfr. C. Promis, Storia di Torino

!0 Flecliia,

potrebbero essere stati derivati per analogia con sulìisso già più 0 meno prossimo alla forma definitivamente volgare {esiaìius, isianus, esanus, isanus, ecc.), cioè specialmente i non procedenti da nome locale, ma da un a^ipòllativo od altro, quali sarebbe ^nanigiano, borghigiano, villigiano, colligiano, montigiano , alpigiano, campigiano, iiortigiano, valligiano, torrigiano, roc- chigiano, frontigiano, hoschigiano, artigiano, cortigiano e fo- rigiano ^ dirimpetto a quelli che come gentilizj presuppongono generalmente un precessore in -ensi-s, come Astigiano, Lodi- giano, Lunigiano, Parmigiano, Canigiano, (da Cana), Chian- tigiano, Arnigiano, Barghigiano, Carpigiano, Marchigiano ^ Sarebbe qui occorso quel medesimo che rispetto ai gentilizj dal finimento -it-ano, suffisso complesso ed ibrido, in quanto consta del suffisso greco -:Tr,- e dell'italico -ano-, onde dissesi prima- mente con greca morfologia Neapolites, Panormites, Anconi- tes, Drepanites, ecc., derivati poi con nuovo suffisso {anu-s), più rispondente alla coscienza linguistica degli Italiani, in Nea- politanus, Panormitanus, Anconitanus, Drepanitanus; d'onde poi via via i morfologicamente analogi Salernitano, Amalfita- no, Carmelitano, Samaritano, Metropolitano, eremitano, eQ.Q>.,

Anf. pag. 129). Altro esempio comparativamente antico di analoga formazione è il castrensianus del Cod. Just., che quando fosse stato ti'asraesso agli odierni volgari or sonerebbe castrigiano, caàtrisano, castreSan, ecc.; e che, rife- rendosi all'esercizio di un mestiere, veiTebbe appunto ad appoggiare l'origine di artigiano e torrigiano come subordinati ad un originario tipo di arten- sianus, turrensianus.

' Non conosco, per vero dire, questo nome come aggettivo vivente ; ma la sua formazione è resa verosimile da Forigiani, nome proprio di famiglia toscana, che io credo s'abbia a connettere etimologicamente coU'ital. forese (= ^forensis, da foras), di fuori, del contado, contadino, piuttosto che col lat. forensis, del foro, appartenente al foro, al mercato, alla piazza, d'onde Fo- rcnsianus, cognome attestato da \in' antica iscrizione.

^ A questi nomi si potrebbe ancora aggiungere, come gentilizio, Canacesano (piem. Canavzan), il quale derivandosi da Canavese [Canavensis) per mezzo del suiF. ano verrebbe appunto a presentare uniti i due suffissi, d'onde -igiano; se non che questo nome, come comparativamente recente e come non uscito quasi dalla cerchia nativa, non assunse, anche rattenuto dal vivente Canavese, quella forma toscana di Canavigiano, che avrebbe preso come corrispondente a un tipo Canavensianus o Canabensianus, quando fosse stato più antico e pili noto. Cfr. inoltre paesano - *pagcnsiaìius.

Postillo etimologiche 17

ai quali si i)otrebbero ancora aggiungere alcuni altri tolti dei dialetti, come per esempio il sardo gol filami, iurriianu ^ (tor- rigiano), ecc. Come ognuno vede in queste forme di nomi a dop- pio suffisso {-il-anó) abbiamo un processo logico e morfologico del tatto simile a quello che ebbe luogo nei nomi in -igiano, vale a dire nomi gentilizj che senza cambiamento o al più con lieve modificazione di significato si derivano da altre forme equivalenti. Ora in quella guisa che per esempio il sardo golft- tanu, sebbene non si debba supporre un realmente esistito i^v. 7,u\-[--(,:; 0 neogr. v.oXokr,;, da cui derivarsi, pure sotto l'aspetto morfologico si dee considerare come formatosi in analogia per es. di Cagliaritano {Calaritanus), così noi diremo derivati alla maniera de' gentilizj Astigiano, Parmigiano, ecc. tutti i nomi italiani terminanti in -igiano.

* goìfltanu nou è nel vocabolario dello Spano in quello del Porru ; ma è nel Getti (Anfibii e pesci di Sardegna, p. 139); e dicesi di tonno che l'in- verno si trattenga in fondo ai golfi. Già s'intende che turritanu non potrebbe appoggiare la derivazione di torrigiano da turriliis, come vuole il Diez, sia perchò qui dobbiamo vedere un derivato coli' ibrido sufEsscT greco-italico, sia perchè quando questo nome sardo avesse per fondamento turritus, proverebbe appunto quello che io notavo sopra, cioè che dato un primitivo turritus, non turritianus ne sarebbe il proveniente, ma iurritanus, dal quale poi sarebbe slato impossibile il derivare foneticamente torrigiano, torrlsano, torre zan, tor- ian, ecc. La forma toscana de' nomi in -igia (p. e. grandigia), -agione (p. e. pe- scagione) e alcune corrispondentivi negli altri dialetti, le quali accennando a prototipi in -itia, -atiojic, potrebbero rendere verisimile anche fuor del toscano queste alterazioni, credo s'abbiano da ripetei'e non tanto immediatamente dai tipi a cui pajono accennare, quanto piuttosto da una sostituzione sporadica di forme intermedie in -isia, -astone, determinata sia da principj meramente fonetici, già manifestatisi assai per tempo nel romano volgare (cfr. Corssen, Ausspr., F, 62 e segg., Diez, Gr. P, 22^0), sia anche da influenza delle forme in -asiane, -isione (p. e. occasione, provisione, d'onde poi cagione, provvigione). E ciò si chiarirebbe anche dal fatto che tali nomi, massime i primi, sono ge- neralmente di formazione romanza, quali per es. cupidigia, alterigia, fran- chigia, fatagione, carnagione, imbandigione. Del resto, quanto a nomi dal finimento -igiano, che nello stesso toscano mettano sicuramente capo ad un organico -itiano, io non ne conosco esempio fuori dell'aretino servigianu (Redi, Yoc. .4 r. m3.,s. v.}, serva di monache, derivato probabilmente da servi- gio, piuttosto che da un tipo sei'viliana; e lo stesso nome Venetiantis che noi fiorentino, il quale ha per antica forma propria Vinegia = Venctia, pare avrebbe dovuto mutarsi in Vinigiano, non vi suona mai altrimenti che Viniziano.

Archivio ^luttol. it;il.. II. '<?

18 Flechia,

Arvsari, diavolo, è dal Galvani dedotto da adversarius (pag. 155); e qui non possiamo non essere tutti d'accordo; ma egli vede inoltre nel r di arvsari un suono nato dal d di adversarius (v. pp. Ili e 450); sicché per lui cotesta forma verrebbe quasi a connettersi coli' arvorsum, arvorsus, arvor- sarius del latino arcaico; e qui confesso che esito assai ad ac- costarmi a questa sua opinione, quantunque messa, credo, pri- mamente innanzi dal Muratori [Ant. It., II, 1089) \ e accettata poi, fra gli altri, dal Fabretti {Gloss. It. s. arvorsarius) e dal Corssen {Zeitschr. f. vergi, spr. XV, 155). Io reputo che nello arvsari modenese, come pure nell'equivalente arvsaria reg- giano e in quelle altre formazioni analoghe che potessero pre- sentarsi nei dialetti dell'Italia superiore comincianti da ar- , questa liquida consonante sia piuttosto da tenersi per rappre- sentante il primo r di adversarius e per conseguente suono metatetico o trasposto che dir vogliamo. Egli è assai naturale, che il lat. adversarius trasformatosi regolarmente nel modenese dia avversari, come vi suona infatti la parola avversario, ado- peratavi nel suo significato etimologico e comune. Ora cotesta comparativamente antica forma modenese avversari, massime in quanto significando diavolo, versiera, fistolo, serpentello ecc., era parola essenzialmente popolare, doveva naturalmente sog- giacere a quella sincope delle vocali disaccentate, che fra i dialetti dell' Italia superiore fu così estesa nella formazione principalmente dei volgari emiliani e pedemontani; e quindi ne sarebbe dovuto venire un av'rsari {av'rsari). Se non che questa forma, presentante il quasi impronunziabile gruppo consonantico vrs, si racconciò con la metatesi del r, suono metatetico per eccellenza; sicché da avrsari fecesi arvsari '. Questa mia

' Il Muratori mostra però di dubitare di questa counessioue di forma del mod. arvsari coirarcaico arvorsum, arversarius, poiché, dopo di aver citato questi due vocaboli, soggiunge: «non è facile il decidere se i Modenesi da così remoti secoli abbiano condotto il loro armrsario (sic) sino a questi tempi. »

^ La metatesi del r, più o meno frequente ne' vai j dialetti italiani, ver- rebbe qui ad essere molto analoga a quella che ha luogo per es. nel romagn. arvi, parm. regg. mod. arvir, per avri, avrir (= aprire, aperire), se non che il fenomeno à" av'rsari mutato in arvsari venne ad essere qua&i una neces- sità, stante l'incommodo accozzo delle tre consonanti.

Postille etimologiche. 19

opinione riceve, parrai, un appoggio dal fatto che in nessuna, per quanto io mi sappia, di queste forme comincianti da ar- pia non si mantiene al suo luogo il primo r di adversarhis , mentre ben vi si trova in tutte quelle equivalenti forme che non hanno